Come Studiare: Elena Foulkes ci parla dello Young Coaching

Che cos’è lo Young Coaching? ce ne Parla Elena Foulkes, Coach specializzata in questa affascinante disciplina.

 

Cara Elena, raccontaci di te…

Sono frutto di genitori di due culture nazionali molto distinte, mamma Italiana e papà Inglese, e avendo trascorso periodi importanti della mia vita in Inghilterra, in Francia, in Polonia, a Hong Kong, in Irlanda, negli Stati Uniti e in Italia (sono qui dal 1988), e avendo sperimentato sulla mia pelle le incomprensioni che possono nascere da visioni del mondo sorprendentemente divergenti, posso dire che le diversità culturali sono una delle mie passioni. E appartenendo a una famiglia molto numerosa che contiene persone di varie colori, orientamenti e origini, mi appassiona la Diversità in generale.

Sono anche estremamente affascinata dal mondo del lavoro, a tal punto che è un tema rilevante nei miei sfoghi creativi, il disegno di vignette, la pittura e la scrittura creativa. Credo che questa mia passione nasca dal fatto che mi sono laureata in Inghilterra nel 1986, nel bel mezzo di una crisi economica terribile, con quattro milioni di disoccupati, e, come tante persone della mia generazione, ho dovuto inventarmi una serie di occupazioni per vivere; rispetto a persone che sono entrate nel mondo del lavoro in momenti più stabili, ho sperimentato una molteplicità di ambienti lavorativi. Visto che trascorriamo un terzo della nostra vita lavorando, e avendo affiancato una grandissima varietà di persone e di professioni, sono sempre curiosa di capire i percorsi delle persone, che sono spesso molto meno lineari di quello che si pensa. Mi intrigano le scelte che le persone si trovano a dovere fare in vari momenti della loro carriera, e come le persone vivono il loro lavoro nel quotidiano, e, soprattutto, cosa rende il lavoro un’esperienza appagante oppure un’esperienza terrificante.

Un’altra mia passione è l’apprendimento. Sono convinta che durante la nostra vita bisogna continuare a studiare e a imparare cose nuove. In vari momenti della mia vita adulta ho investito nell’acquisizione di nuovi saperi e di nuove competenze, che non solo in alcuni casi mi hanno permesso di accedere a nuove e interessanti opportunità professionali, ma sono stati anche fonti di grande gioia, di soddisfazione e di benessere psicologico. Nella mia carriera come coach e consulente aziendale, sono sempre stata focalizzata sullo sviluppo e la crescita personale, in termini delle competenze emotive e cognitive necessarie per vivere bene nel mondo del lavoro. Ma credo che imparare per il piacere di imparare sia una fonte di benessere sottovalutata.

Per esempio, c’è stato un anno della mia vita in cui mi sono trovata all’improvviso a fare l’insegnante di geografia alle medie – la materia nella quale ero più negata a scuola – e a dovere imparare la materia subito prima di doverla insegnare, è stata un’esperienza stimolante, adrenalinica ed enormemente educativa, non solo per l’apprendimento di una nuova materia, ma anche per l’acquisizione di competenze nell’insegnamento, nella comunicazione e nella creatività e l’improvvisazione. (Un dato che mi è rimasto dalla geografia è che nel 1964, l’anno in cui sono nata, c’è stato un picco di nascite in Italia dal quale da allora il tasso di nascite è in continuo decremento.)

 

Parlaci un po’ del percorso formativo e lavorativo che ti ha poi portato a diventare coach

Sono laureata in psicologia, ho un MBA (Masters in Business Administration) e diplomi per praticare come insegnante e come coach.

Ho scelto di dedicarmi al coaching per tre motivi principali:

Per prima cosa, perché il coaching è un approccio alla comunicazione e alla risoluzione dei problemi, basato sull’ascolto e sulla relazione umana, che dà risultati molto pratici, concreti e visibili, e che contiene una componente di formazione per il cliente, ampliando le sue capacità nella sua vita quotidiana sia nella comunicazione con le persone che ha intorno, sia nella risoluzione dei propri problemi. Sono convinta che se diventassimo tutti un po’ più coach, tutto funzionerebbe molto meglio.

Il secondo motivo è perché mi permette di mettere a frutto tutto quello che ho maturato durante la mia carriera variegata: le materie che ho insegnato, soprattutto le cosiddette “soft skills”, che sono le capacità che servono per gestire la vita lavorativa e le relazioni con le persone, (per esempio, la gestione del tempo e dello stress, il parlare in pubblico, il lavorare in team, e i processi per la risoluzione dei problemi), le facoltà creative, organizzative e comunicative legate all’insegnamento e alla formazione, e le mie esperienze lavorative, soprattutto come manager.

Il terzo motivo, è il “mentoring” un aspetto importante di come pratico il coaching, lavorando con l’obiettivo di aiutare i miei clienti ad accrescere e a sviluppare le competenze e gli strumenti necessari per raggiungere i propri obiettivi autonomamente.

Hai riscontrato pregiudizi sul tuo lavoro?

Ogni tanto mi capita di lavorare con clienti (adulti) che mi dicono “non credo nel coaching.” Sono convinta che per essere un bravo professionista in qualsiasi campo, dal commercialista all’ingegnere, dall’insegnante all’architetto, dal medico all’agente immobiliare, bisogna essere un po’ coach. Intendo che è molto utile saper entrare in relazione con le persone, creare un rapporto di fiducia per poi lavorare insieme nella risoluzione dei loro problemi e nella realizzazione dei loro obiettivi. È una competenza che ho sempre usato in tutti i ruoli che ho svolto nella mia vita lavorativa, come insegnante, come manager e come consulente aziendale.

Dall’altra parte della barricata: raccontaci di Elena studente

Partiamo dalla mia storia: sono stata un’adolescente infelice, rabbiosa (una massa di ormoni esplosivi), ingestibile (perdonatemi mamma e papà…), e perennemente “in sciopero”. A scuola non ho imparato quasi niente, per un semplice motivo: non studiavo. Ma proprio mai. E c’è stato pure un periodo, quasi un anno, in cui non ho frequentato. Ciononostante, in un modo o nell’altro ce l’ho fatta a completare gli studi perchè ho avuto molta fortuna.

Frequentavo una scuola secondaria internazionale prestigiosissima, quella in cui non studiavo niente, e il primo colpo di fortuna è stato che  mio padre ci lavorava come dirigente. Non hanno voluto bocciarmi o espellermi (cosa che avrebbero potuto fare benissimo visto il mio atteggiamento) per non mettere in imbarazzo mio padre.

Il secondo colpo di fortuna è stato farmi seguire da una bravissima psicologa dai 17 ai 18 anni, un’esperienza molto positiva che mi ha convinta a laurearmi in Psicologia.

Sono riuscita a conseguire la mia laurea, con molta difficoltà, per il semplice motivo che non riuscivo a immaginare che cosa avrei fatto in alternativa. Anche questa è stata una fortuna, ma non  l’ho vissuta così all’epoca. Sono stati anni difficili e sofferti e anche se sono riuscita a giungere a traguardi importanti – dare gli esami di fine scuola, laurearmi – sono arrivata all’età adulta priva di competenze e di strumenti per navigare nell’alto mare della vita.

Vignetta di Elena Foulkes

Cosa è lo “Young Coaching”?

Quando adesso lavoro con i giovani, lo faccio pensando a che cosa avrebbe avuto bisogno la Elena di allora, la Elena adolescente, la Elena giovane adulta. Tengo molto in considerazione anche i genitori di quella Elena. Sicuramente la mia esperienza con la psicologa mi ha aiutato moltissimo all’epoca, ma penso che più che di uno psicologo, avrei avuto bisogno di un coach. Più che di essere trattata come come una paziente da curare, avrei avuto bisogno di una persona che mi accompagnasse a capire che i miei problemi erano risolvibili e che avevo un sacco di cose da imparare della vita.

La definizione di coaching dal www.coachingfederation.org è “collaborare con i clienti in un processo stimolante e creativo che li ispira a massimizzare il loro potenziale personale e professionale.”

Nel coaching si ragiona in termini di “clienti” e non di “pazienti”. Il cliente è una persona che ha problemi da risolvere, obiettivi che vuole raggiungere e/o situazioni che vuole cambiare. Il cliente vuole essere accompagnato nella risoluzione dei suoi problemi, nel raggiungimento dei suoi obiettivi e nel cambiamento di una situazione. Non è “malato”, non ha una condizione che richiede una cura.

In cosa consiste il lavoro di Young Coaching?

Cosa faccio, in pratica, con i giovani?

Prima di tutto, li accompagno nel trovare un senso nelle cose che fanno (es. dedicare ore e ore ai videogiochi, ai video su YouTube e ad altre dipendenze lesive) e nelle cose che non fanno (es. non studiare, non andare a scuola, non relazionarsi). Questi comportamenti sono spesso strategie inconsapevoli per gestire le emozioni e i sentimenti, quelli brutti come l’ansia, ma anche quelli belli che nell’età adolescenziale possono essere molto intensi.

In seguito ragiono con loro sul concetto di “sistema immunitario emotivo” (e anche fisiologico), e sulle strategie più sane per gestire la propria emotività. Questo è finalizzato a liberare spazi di attenzione nella loro mente, spazi che erano occupati dal faticoso lavoro quotidiano del contenimento della propria emotività.

Una volta liberata un po’ di attenzione  si può cominciare a ragionare sulle grandi questioni della vita: che senso ha tutto questo? A cosa serve andare a scuola, studiare, laurearmi?

Da questi ragionamenti nascono domande più specifiche: cosa voglio dalla vita? Cosa significa vivere bene? Cosa vorrei fare da grande? Come faccio a diventare quello che vorrei diventare?

E da qui, si può lavorare in termini molto pratici e concreti: quali sono le strategie di studio dei “primi della classe”? Come organizzare il proprio tempo e il proprio lavoro?  Come comunicare bene con gli altri? Come vivere bene i rapporti con gli altri (genitori, amici, amori, ecc.)? Come vivere una vita sana e piena di energia, di soddisfazioni, e di momenti di gioia?

Lavoro anche con voi genitori, quando è necessario, aiutandovi a gestire la vostra ansia nei confronti dei vostri figli, e nell’adottare nuove strategie per gestire il vostro rapporto con loro.

Perché non mandare questi ragazzi direttamente da un tutor o un insegnante privato?

I ragazzi con i quali lavoro sono spesso quelli che non ancora riescono a farsi aiutare da tutor, neanche dai tutor più bravi. I miei giovani clienti sono “bloccati” nello studio non (soltanto) per questioni di organizzazione del lavoro e di metodi di studio, ma piuttosto per un blocco emotivo che gli impedisce proprio di affrontare la questione “studio”.

Noi adulti spesso non ci ricordiamo e sottovalutiamo quanto è difficile studiare, e quanto può essere duro l’ambiente scolastico/universitario per una persona giovane, non solo in termini di difficoltà con lo studio ma anche per tutti gli aspetti sociali.

Non stiamo parlando di “problemi emotivi” ma di naturalissime e razionalissime reazioni emotive a delle vere e proprie sfide. Il mio compito è di aiutare i miei giovani clienti a superare questi blocchi emotivi, ed eventualmente aiutarli a riconoscerli e a sviluppare strategie per superarli da soli.

Vignetta di Elena Foulkes

Esistono studenti “somari”?

Non ne ho mai conosciuti. Ho conosciuto ragazzi che non studiavano per vari motivi, perlopiù ragionevoli. Nelle parole di Francesco Dell’Oro, noto esperto di problemi formativi e orientamento scolastico, tratte dal suo articolo geniale, “Meno lezioni frotali, più problem solving”,
Ci sono due parole che caratterizzano il linguaggio popolare nei momenti di sconforto, ma che molti adolescenti utilizzano, in particolare, per rappresentare la scuola: «Che palle!»

Mi trovo pienamente d’accordo quando dice che per tanti ragazzi la scuola è proprio una sofferenza, un “ingurgitare … di saperi preconfezionati in capitoli, paragrafi e note varie”, e che non bisogna confondere la sofferenza con la pigrizia. La sofferenza è una condizione di disagio che impedisce l’apprendimento, non è una mancanza di disponibilità a impegnarsi. Quindi, il mio obiettivo è di aiutare lo studente a creare le condizioni per diminuire la sua sofferenza e di permettergli di trovare un rapporto più sano con l’apprendimento e gli studi.

Ci racconti la storia di uno dei tuoi studenti?

Vi parlerò di un caso di un ragazzo che chiameremo Mario, che mi è arrivato tramite una collega che fa tutoring, lavorando con ragazzi che vogliono migliorare le loro prestazioni nello studio. Mario è iscritto all’università, al secondo anno di una laurea in ingegneria. Non è ancora riuscito a superare un esame, e ne ha tentati solo due. Questo è il tipo di ragazzo con il quale lavoro io: perso, demotivato, che sta facendo disperare i genitori. 

Quando lo incontro si sta preparando per dare due esami tra un mese e mezzo. Quando lavorava con la mia collega, non riusciva a seguire i suoi consigli su come studiare la materia e come organizzare il lavoro. Gli mancano dei pezzi fondamentali.

La prima cosa che gli manca è che non sa perché sta facendo ingegneria, non sa quasi niente di quello che fanno gli ingegneri (i suoi genitori lavorano nel settore delle assicurazioni) e quindi ha difficoltà a immaginare cosa farà una volta laureato.

Il secondo pezzo è che ha un pessimo rapporto con lo studio. Per lui, si studia per ottenere voti, per passare esami, ed è una cosa che incontro spesso: lo stacco totale tra l’attività di studiare e la curiosità di imparare cose nuove. Soffre di ansia da prestazione non perché non capisce quello che deve studiare ma per la paura di non prendere la sufficienza, di non superare l’esame.

Il terzo pezzo è un problema di autostima, dovuto un po’ al circolo vizioso che si è creato tra il non essere sicuro della propria scelta di laurea, l’ansia da prestazione e il non dare esami, e l’ansia crescente dei suoi genitori, e un po’ per come vengono percepiti gli hobby di Mario dai suoi genitori. Mario è appassionato di videogiochi, un tipo di videogioco che comprende l’uso di modelli che lui ama dipingere. I suoi genitori non riescono a trovare il valore in questo suo hobby, vedendolo come una perdita di tempo e uno spreco di energie.

Parlo subito con i genitori. Gli spiego
a) che i giovani dell’età di Mario che sanno esattamente cosa vogliono fare nella vita sono una minoranza, ed è normale che lui non abbia le idee chiare, e
b) che Mario è paralizzato dalle troppe opzioni; si sente spesso dire che può fare quello che vuole, basta scegliere, può cambiare corso di laurea, può anche non laurearsi e cercarsi un lavoro se è quello che vuole. Ma lui non sa cosa vuole, e sentirsi dire questo non lo aiuta; e infine
c) che il mio obiettivo non è di trasformarlo miracolosamente in uno studente perfetto che recupererà immediatamente tutto il tempo che ha perso. È, invece, di portarlo a cambiare il suo rapporto con lo studio e a ritrovare la motivazione intrinseca per fare quelle cose che gli consentiranno di accedere alla vita adulta che desidera.

Dopo un mese di incontri con Mario, una alla settimana, entriamo in lockdown per la prima volta. È una situazione che semplifica il mio lavoro con lui: elimina tutte le opzioni di Mario tranne due: 1) stare a casa e non fare niente, oppure 2) stare a casa e sfruttare il fatto che è iscritto a un corso di laurea, per imparare a studiare e a dare esami, competenze e attitudini utili anche se decide di cambiare percorso. Sceglie la seconda, perché psicologicamente per noi essere umani il non fare niente è una tortura.

Ci parli del mito del genitore italiano di avere i figli “sistemati”?

Ho parlato con Mario del ruolo dello studio nella vita, di come le competenze e le attitudini che si sviluppa “sopravvivendo” al sistema scolastico e universitario forniscono una preparazione unica per la vita. Studiare è difficile, dare esami sono momenti di stress e di terrore unici, e imparare a reggere queste sfide fa sviluppare qualche marcia in più. E non importa veramente cosa studi. In realtà solo una minoranza di ragazzi vogliono entrare in una professione o accedere a una carriera lavorativa specifica, ma questo è il “mito” del genitore Italiano – avere i figli sistemati. Quasi a ogni costo. Quindi bisogna scegliere al più presto cosa si vuole fare nella vita, seguire il percorso formativo ed entrare subito in un ambiente di lavoro dove rimarrai per tutta la tua vita lavorativa. Io sono di cultura inglese, e vedo questo valore Italiano da fuori perché da inglese, non ho vissuto questa pressione di essere sistemata sulla mia pelle (pur avendo la mamma italiana). Volevo studiare Lettere all’università, ma all’ultimo momento ho deciso di studiare Psicologia, e poi non sono neanche diventata psicologa. Non avevo ancora le idee chiare quando mi sono laureata, ma avevo un cervello che funzionava, pronto a imparare qualsiasi cosa che mi servisse per andare avanti nella vita. 

Ci racconti del lifelong learning nel mondo anglosassone?

Parliamo anche del tempo relativamente allo studio: del fatto che diversamente dall’Italia, dove se non completi la tua esperienza di studio entro una certa età è quasi impossibile recuperare questa opportunità, nei paesi anglosassoni abbiamo un atteggiamento molto diverso: crediamo nel “lifelong learning”, l’importanza di continuare a studiare e a imparare nuovi saperi e competenze per tutta la vita, e lo crediamo in maniera molto pratica; abbiamo da sempre scuole e università a distanza (ancora prima dell’esistenza dell’internet) che permettono a tutti di “tornare a scuola” in qualsiasi momento della vita per riprendere gli studi. 

Fallimento e re-invenzione in Italia e nel mondo anglosassone: quali differenze?

Parliamo del tempo che ha “perso” negli ultimi due anni, e come si sente un “fallito”. Anche qui, noi anglosassoni abbiamo un rapporto un po’ diverso con il concetto di fallimento: sbagliare e fallire sono assolutamente preferibili al non mettersi in gioco. “Meglio aver tentato e aver fallito, che mai aver tentato.” Per esempio, quando noi anglosassoni ci troviamo in una selva oscura in mezzo al cammin di nostra vita, spesso torniamo a scuola e ci ri-inventiamo. Ci diamo il permesso di cambiare idea e di provare qualcosa di nuovo – dopo essendoci messi in gioco, chiaramente, e avere imparato un po’ di cose dalle nostre esperienze e soprattutto dai nostri fallimenti. Fallendo, si impara.

Voglio sottolineare che non credo – assolutamente – nella superiorità delle culture anglosassoni rispetto ad altre, (ci sarà un motivo perché ho scelto di vivere qui in Italia), ma a volte le differenze culturali danno delle chiavi molto interessanti per capire i valori che abbiamo in testa che a volte ci limitano.

E ho parlato di tutto questo anche con i genitori di Mario.

Esploriamo anche il tema lavoro. Vorrebbe guadagnare un po’ di soldi, fare un’esperienza di lavoro pagato, cosa già non semplice per i giovani in Italia in tempi pre-pandemia, e ora veramente difficile. Ma scopro che lui si è già fatto pagare per un lavoro: dipingere i modelli per i giochi di ruolo. Esploriamo questa possibilità e scopriamo che è un mercato molto attivo in cui può trasformare un suo hobby in una fonte di guadagno.

Tolte un po’ di pressioni psicologiche, nel giro di un paio di mesi Mario aveva ripreso a studiare e aveva dato e passato il suo primo esame universitario.

Come ha influito il Lockdown sui ragazzi scolasticamente in difficoltà?

Il lockdown e tutta la situazione pandemia sta impattando molto i ragazzi ma non sempre in maniera negativa. Il fatto di trovarsi “tutti nella stessa barca”, costretti a stare a casa a studiare a distanza, lontani dai compagni di scuola/università, per alcuni è un sollievo, e se potessero scegliere, studierebbero sempre così. La vita sociale a scuola/università è spesso una fonte aggiuntiva di stress per i ragazzi, tra i gruppetti e le cricche dalle quali si sentono esclusi, tra il non avere amici (o un numero “insufficiente” di amici), tra la pressione di essere in coppia, per esempio. In condizioni normali, pre-lockdown, una fonte di ansia per i genitori è spesso la scarsa socializzazione dei loro ragazzi; il lockdown per i ragazzi un po’ introversi – e voglio precisare che l’introversione non è una malattia ma proprio una preferenza psicologica che in alcune culture nazionali è valorizzata rispetto a l’estroversione – ha rimosso una fonte di pressione importante, essendo costretti a non socializzare.

Alcuni aspetti dello studio a distanza sono stati positivi, per esempio, Il poter rivedere con calma le lezioni registrate, insieme alle dispense elettroniche; questi sono tra i numerosi vantaggi dei corsi “a distanza” e un grande valore aggiunto per molti ragazzi. Sono convinta che questa modalità di studiare diventerà sempre più importante in Italia.

Un terzo fattore, e non solo per i ragazzi, è lo stop agli spostamenti, e quindi la possibilità di dormire un po’ di più la mattina. È un fatto accertato dalle ultime ricerche scientifiche che non dormiamo abbastanza, e questo ha importanti impatti psicofisici su tutti ma gli adolescenti sono i più impattati, avendo bisogno di 9-9.5 ore di sonno al giorno.

Però per i giovani i due temi forti del lockdown sono l’isolamento – anche per gli introversi che hanno comunque bisogno di altri, ma che spesso preferiscono socializzare one-to-one o in piccoli gruppi – e l’incertezza sul futuro.

Per quanto riguarda lo socializzare durante una pandemia, siamo stati costretti a scoprire nuove modalità e strumenti per interagire con le persone, per esempio, tutte le piattaforme di videoconferenza nei quali siamo diventati esperti i nel giro di poche settimane durante il primo lockdown, ma dato che questa situazione potrebbe estendersi per ancora un anno, bisogna continuare a trovare modalità alternative per fare nuove amicizie, integrarsi in gruppi, e condividere le esperienze.  

Infine, In momenti come questi bisogna sviluppare le capacità di convivere con l’incertezza  e nuove strategie e strumenti per affrontarla. Come ho raccontato prima, mi sono laureata in un momento di crisi economica acuta accompagnata da una diffusissima disoccupazione, e quelli della mia generazione hanno imparato ad adattarsi, inventandosi lavori, rendendosi disponibili ad affrontare qualsiasi opportunità che ci si presentasse, e sviluppando anticorpi contro la paura del fallimento e l’ansia.

Quindi, in conclusione, che messaggio vuoi lanciare ai giovani dis-orientati sul loro futuro? e quale ai loro genitori?

Vorrei dire sia ai genitori che ai loro ragazzi che il non sapere cosa vuoi fare nella vita è la normalità, non l’eccezione, e che forse, in questo momento storico, inizio 2021, se vogliamo pianificare, potrebbe essere necessario avere un piano B, e magari anche C, per il futuro. Potrebbe essere utile anche mollare un po’ le nostre idee fisse su i nostri bisogni di una vita regolare e senza sorprese e invece di sviluppare una mindset, una mentalità, che favorisce la crescita e l’apprendimento. 

 

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