Vai al contenuto
Home » Irriverender di Nath Bonnì: Seo Specialist Blog » Graffitismo: la storia (vera) di un movimento nato per dispetto

Graffitismo: la storia (vera) di un movimento nato per dispetto

Cominciamo sgombrando il campo da un equivoco che circola più della vernice spray il sabato notte: il graffitismo non è nato in un atelier, con un manifesto artistico e buone intenzioni. È nato per noia, per rivalsa sociale e, diciamolo, anche per un certo gusto di farla franca sotto il naso della polizia dei trasporti di New York. Poi, certo, è diventato arte. Ma partiamo dall’inizio, che è meno instagrammabile di come ce lo raccontano.

graffitismo artisti

Le origini del graffitismo: New York, fine anni ’60

La preistoria del gesto — incidere il proprio nome su un muro — è vecchia quanto Pompei, dove qualche romano annoiato scrisse “Gaius Pumidius Diphilus è stato qui” già nel 78 a.C. Ma il graffitismo come lo intendiamo oggi, cioè come movimento urbano riconoscibile, nasce a New York tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70.

Il protagonista involontario è un ragazzo greco-americano di Washington Heights, Demetrios (per gli amici “Taki”), che vive al civico della 183ª strada. Fa il fattorino in bici e passa il tempo a scrivere “TAKI 183” ovunque il suo giro di consegne lo porti. Nel 1971 il New York Times gli dedica un articolo. Da lì, il diluvio: centinaia di teenager iniziano a firmare muri e vagoni della metropolitana con lo stesso schema — nome più numero civico — inseguendo una fama di quartiere che, va detto, funzionava esattamente come i like di oggi: più il tuo nome girava, più eri “qualcuno”.

Non era arte, era una gara. La differenza arriverà dopo.

Dal tag al murale: come il graffitismo è diventato movimento artistico

Nel giro di pochi anni la semplice firma (il “tag”) non basta più per emergere: troppi writer, troppa concorrenza. Nasce quindi lo stile, la ricerca della lettera più elaborata, del colore, della composizione. I vagoni della metropolitana di New York diventano tele mobili — letteralmente, dato che circolavano per tutta la città esponendo il lavoro dell’artista a un pubblico impossibile da raggiungere con un semplice muro fermo.

È in questa fase che il graffitismo smette di essere solo vandalismo di quartiere e comincia a intrecciarsi con l’arte contemporanea. Collettivi come gli United Graffiti Artists (fondati nel 1972) portano i writer nelle gallerie. Il documentario Style Wars (1983) fotografa questo mondo proprio nel suo momento di massima effervescenza, prima della grande stretta repressiva delle amministrazioni cittadine.

graffiti artisti

Graffitismo e street art: due cose che vengono confuse sempre

Ed eccoci al nodo che genera più ricerche su Google che risposte sensate in giro: graffitismo e street art sono la stessa cosa? No, e la differenza non è solo semantica.

Il graffitismo classico è centrato sulla lettera, sul nome, sulla firma stilizzata — il suo pubblico naturale è la community dei writer stessi, che sanno leggere e apprezzare uno stile anche quando per il passante è illeggibile. La street art, che esplode più avanti con figure come Banksy, ribalta la priorità: punta all’immagine, al messaggio, alla comprensibilità immediata per chiunque passi di lì.

Semplificando parecchio: il graffito parla ai graffitari, la street art parla alla strada. Sono cugini, condividono lo spazio pubblico come tela e spesso l’illegalità come contesto di partenza, ma nascono da esigenze comunicative diverse.

Il graffitismo oggi: tra arte, mercato e ordinanze comunali

Oggi il graffitismo vive una contraddizione che definirei quasi comica se non fosse anche un po’ triste: le stesse opere che un tempo venivano cancellate a forza di getto d’acqua ad alta pressione oggi vengono tutelate, catalogate, a volte persino commissionate dai Comuni per riqualificare periferie. Il mercato dell’arte ha sdoganato pezzi di writer storici che oggi valgono migliaia di euro, mentre chi tagga un muro senza permesso continua — giustamente, in molti casi — a rischiare una denuncia.

Non è ipocrisia, è semplicemente ciò che succede quando un linguaggio nato ai margini viene assorbito dal centro: perde parte della sua carica trasgressiva, ma guadagna riconoscimento culturale.

artista street art

Perché la storia del graffitismo interessa (anche) a scuola

Se insegni, la storia dei graffiti è un terreno perfetto per parlare di comunicazione, identità giovanile e spazio pubblico senza scadere nella lezione frontale che nessuno ascolta. È un fenomeno nato da adolescenti, per adolescenti, con logiche di visibilità che i ragazzi di oggi riconoscono immediatamente — cambiano gli strumenti, non le dinamiche.

Capire da dove viene il graffitismo aiuta anche a leggere meglio ciò che si vede oggi sui muri delle nostre città: non tutto è arte, non tutto è vandalismo, e la differenza sta quasi sempre nell’intenzione e nel contesto, non nella bomboletta usata.

 

artisti street art

 

Rispondi

Scopri di più da Irriverender | Blog di Architettura e Seo Nerd di Nath Bonnì

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere