Giovani Architetti: il cappio del precariato e delle gavette infinite

Quando un ragazzo o una ragazza, al quinto anno delle superiori, manifesta interesse per un percorso universitario, per una professione, per una carriera, docenti e genitori dovrebbero essere più onesti e parlare a viso aperto di alcune ingiustizie del mondo professionale di cui un o una diciottenne non può essere a conoscenza: solo in questo modo è possibile una scelta consapevole.

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Faccio parte della cosiddetta generazione Xennials, una mini-generazione tra la generazione Y e i Millennials: si tratta dei nati della prima metà degli anni 80, che si sono laureati in piena crisi economica.

Figli dei boomer: è difficile far capire che il mondo del lavoro oggi è spietato

Uno dei problemi più grossi riscontrati dalla mia generazione è l’essere figli dei cosiddetti Boomer, coloro che, una volta laureati, se a pieni voti, venivano chiamati dalle aziende, che “reclutavano” i migliori studenti appena usciti, contattando direttamente gli atenei. Per un genitore “baby boomer”, per quella generazione di figli di contadini e di operai che hanno potuto laurearsi, l’idea che il figlio o la figlia “peggiori” lo status sociale è inaccettabile. Non è facile, per questi genitori, accettare che il mondo del lavoro è cambiato e che non è colpa del figlio o della figlia se fa un lavoro modesto o precario nonostante il successo universitario. Questo ha generato un’ondata di depressione nei miei coetanei. Ma c’è chi invece reagisce con resilienza e continua a lottare…

LeFaremoSapere, il blog che denuncia il precariato dei giovani laureati

Alfredo di “LeFaremoSapere” commenta così questa spiacevole situazione

Quando si tratta di dare un valore alla creatività, è impressionante notare come i primi a sottovalutarsi siano proprio i creativi. C’è una mentalità diffusa per cui l’immaginazione non ha molto valore e si finisce per accettare perfino di non essere retribuiti, con la scusa della gavetta.  Nel nostro blog spesso incontriamo le storie di persone che si paralizzano davanti a questa situazione e non mettono a frutto le loro capacità, in fondo questo è uno spreco.  Altri invece accettano i compromessi del settore, convinti che più che di visibilità si tratti di relazioni che potrebbero evolversi. Noi pensiamo possa esistere una via di mezzo e ci impegniamo per diffondere storie positive di creativi che ce la fanno… finora pare che l’unica garanzia di serenità sia mettersi in proprio!

Se poi al problema generazionale si aggiunge quello di studiare Architettura…

Ad Architettura, sono pochi i docenti che aprono gli occhi ai ragazzi. Personalmente avevo un docente che continuava a ripetere che, da laureati, “avremmo guadagnato meno di una colf ucraina”. A parte lui, nessuno aveva allarmato me e i miei compagni del fatto che, diversamente dai laureati in altro, ci aspettava la “finta partita iva”: un inquadramento da progettista autonomo, con tanto di assicurazioni e Inarcassa, a cui però corrispindeva un lavoro “fantozziano”, dalle 9 alle 18, con richiami per il ritardo, senza ferie, rol e malattia, pagati una miseria all’ora, con la scusa di “imparare”. Spesso, però, non si imparava nulla, perché i titolari erano estremamente gelosi del loro know how, e i giovani erano solo “manodopera” per mansioni dequalificate e dequalificanti, come le fotocopie, i fax, e le visite al catasto.

Essere di fatto dipendenti, ma a partita iva.

Istrionici proprietari di piccoli studi, srl, erano così attenti a dirci di non mettere su linkedin che eravamo “dipendenti”, e si allenavano ad usare quella parola, “collaboratori”, per descrivere il nostro fantozziano lavoro d’ufficio, con tanto di pausa pranzo rigidamente dell’una alle due. Delegavano a noi le competenze per cui erano troppo vecchi, i 3D e i render, non insegnandoci nulla, ma, anzi, imparando da noi, o colmando tramite le nostre conoscenze all’avanguardia le loro lacune di vecchi baroni legati alla tradizione, ma ormai a rischio esclusione dal mondo del lavoro contemporaneo.

La promessa era sempre che la gavetta sarebbe durata pochi anni, che ci aspettava una posizione da soci nel loro studio. Eppure poi, accanto a noi, vedevamo sempre una signora sui 50, che era lì a fare le stesse cose che facevamo noi.

La scappatoia dell’insegnamento nella scuola pubblica e le classi di concorso sature

Altri tentavano la scappatoia della scuola, iscrivendosi alle graduatorie, alla ben nota terza fascia, ma spesso non potevano accettare le supplenze, perché di fatto i titolari degli studi con cui “collaboravano” pretendevano una presenza da lavoratori dipendenti, e comunque le classi di concorso accessibili agli architetti erano sempre sature, piene di gente “in fila indiana” nella speranza di un posto.

Il tabù: non si può dire che il re è nudo, senza che i colleghi anziani si alterino

Quello della finta partita iva, del bisogno di stabilità, di mutui, figli, adozioni, di un lavoro fisso e di garanzie per il futuro, pensione, TFR e tutto il resto, crea spesso dileggio nei colleghi anziani, sia quelli che tutto questo lo hanno subìto prima di noi, sia in quelli che in questo gioco delle parti sono sempre stati solo oppressori. Ridono di chi vuole semplicemente un posto di lavoro stabile, come succede all’estero a chi si laurea in Architettura. Ci chiamano “meridionali”, oppure “checco zalone“, e si vantano del loro essere freelance, quando poi, scava scava, scopri che non sono davvero lavoratori autonomi, ma prestano “servizio” presso un unico barone, dalle 9.00 alle 18.00 ogni giorno. E ne sono felici, fieri. Sfottono chi pretende diritti, dicono che sono “zecche di sinistra”, e si piegano al sistema. Felici e cornuti.

La filmografia rappresenta la precarietà dei giovani architetti.

Per chi volesse approfondire, molte pellicole dipingono la precarietà dei giovani Architetti. Scusate se esisto, del 2014, con una brillante Paola Cortellesi, film dedicato al  Kilometro Verde, e Maschile singolare, del 2021, e presente su Netflix.

Conclusioni

L’unica soluzione, per i giovani architetti, è imparare a fare personal branding, ad usare Linkedin e gli altri social, a saper curare il proprio sito web, per eliminare la dipendenza da vecchi strumenti come il passaparola, più adatti ai “vecchi” che tanto ci hanno oppresso nelle varie “gavette infinite”.

 

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