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L’arte informale italiana spiegata senza incensare nessuno (nemmeno Burri)

C’è un momento nella storia dell’arte italiana in cui le forme si liquefanno, i pennelli diventano armi da combattimento e le tele sembrano uscite da un’esplosione nucleare. No, non è una descrizione di una serata a base di acidi in un loft milanese, ma l’arrivo della pittura informale nel panorama artistico del dopoguerra. Roba seria, anche se qualcuno ci ha provato a farla passare per una moda passeggera.

astrattismo informale

Arte informale in Italia: quando l’istinto prese a schiaffi la forma

L’arte informale italiana nasce quando l’ordine, la simmetria e i bei paesaggi con le colline toscane iniziano a star stretti. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli artisti non hanno voglia di disegnare casette: hanno bisogno di urlare. E lo fanno con colori lanciati sulla tela, materiali bruciati, superfici graffiate. Nessuna struttura, solo gestualità, materia e un discreto disprezzo per la forma.

In mezzo a questo caos, l’informale segnico trova il suo spazio: non è solo materia, è segno. Il gesto pittorico diventa scrittura, il quadro si legge come un graffito emotivo. Gli artisti si scrollano di dosso la retorica fascista, le accademie e pure un bel po’ di polvere ideologica.

Pittura astratta e informale: cugine, ma non troppo

Attenzione a non fare confusione: l’arte astratta contemporanea e informale e l’astrattismo informale non sono esattamente la stessa cosa. L’astrazione è spesso geometrica, razionale, figlia di Kandinskij e compagni. L’informale, invece, è più da rissa espressiva. Se l’astrattismo vuole ordine, l’informale vuole vernice ovunque.

In Italia, questa differenza è ancora più marcata. Gli artisti italiani dell’arte informale si portano dietro secoli di classicismo e se li scrollano con una violenza creativa che è quasi liberatoria.

pittura astratta informale

Artisti informali italiani: non solo Burri (ma anche sì)

Parlare di pittura informale italiana senza citare Alberto Burri è come parlare di pizza senza nominare il pomodoro. L’ex medico di guerra mette insieme sacchi rattoppati, plastiche sciolte, legni carbonizzati e crea opere che sembrano gridare “guarda cosa ci hai fatto!”.

Ma Burri non è solo. Accanto a lui c’è Emilio Vedova, che con le sue tele nere e bianche ci porta in un vortice di segni violenti e profondamente politici. Afro Basaldella invece flirta con il colore, e se ne va verso un informale più lirico, più musicale.

E poi c’è Giuseppe Capogrossi, che prende un segno simile a una forchetta e lo moltiplica all’infinito, come un pattern pazzo di significati ignoti. Ma ipnotico.

Arte informale materica: la vendetta degli oggetti

Una delle anime più affascinanti dell’’arte informale in Italia è quella materica. Altro che pigmenti raffinati: qui si parla di catrame, sabbia, stracci, lamiere. La tela non è più solo supporto, ma protagonista. Ogni materiale è carico di senso, di storia, spesso anche di puzza (sì, Burri bruciava davvero la plastica).

Questa è la parte in cui l’arte fa a meno del “bello” per diventare vera, cruda, quasi scomoda. Ma proprio per questo necessaria.

Artisti emergenti: i nuovi volti dell’astrattismo informale

Ma non pensate che l’astrattismo informale sia rimasto confinato al passato. Oggi, una nuova generazione di artisti italiani sta portando avanti questa tradizione, reinterpretandola con sensibilità contemporanea.

Alice Voglino: l’astrazione al femminile

Alice Voglino è una delle voci più promettenti dell’arte contemporanea italiana. Le sue opere, caratterizzate da una pittura astratta e informale, esplorano temi legati all’identità e alla memoria, utilizzando una tavolozza cromatica ricca e vibrante.

Roberto Miniati: l’informale tra passato e presente

Roberto Miniati, artista romano, si distingue per le sue opere dallo stile informale che richiamano la tradizione dei maestri del dopoguerra, ma con un linguaggio attuale. Le sue tele, spesso di grandi dimensioni, sono caratterizzate da una gestualità intensa e da una profonda ricerca materica.

Giulio Zanet: il colore come protagonista

Giulio Zanet è un altro nome da tenere d’occhio. Le sue opere, realizzate con tecniche miste, mettono al centro il colore e la materia, creando composizioni che oscillano tra l’astratto e l’informale. Zanet ha partecipato a numerose mostre sia in Italia che all’estero, consolidando la sua presenza nel panorama artistico contemporaneo.

artisti informali

Informalismo: rivoluzione o posa da intellettuali?

C’è chi dice che l’’informalismo fosse solo l’ennesimo vezzo degli artisti per sentirsi incompresi e difficili. Può anche darsi. Ma c’è da dire che molti di loro ci credevano davvero. Hanno lottato contro la forma perché la forma non bastava più. Volevano l’urlo, la traccia, lo sfogo.

In un’epoca in cui l’Italia cercava di ricostruire non solo le case ma anche l’identità, l’arte informale diventava uno specchio rotto: frammentato, ma onesto. E tremendamente umano.

Pittori informali italiani: non tutti sono finiti nei libri di scuola

Alcuni nomi sono noti, altri meno. Ma il panorama dei pittori informali italiani è più ampio di quanto si creda. Oltre ai big, ci sono figure come Gastone Novelli, che mescola scrittura e pittura in un flusso visionario, o Antonio Sanfilippo, che esplora l’’informale segnico con una raffinatezza quasi zen.

Questi artisti non si limitano a seguire una tendenza: la plasmano, la contaminano, la distruggono. Spesso in solitudine, spesso inascoltati. Ma oggi più che mai vale la pena riscoprirli.

Perché l’informale italiano ci riguarda ancora (e non solo su Instagram)

Nel 2025, dove ogni contenuto è pensato per durare 24 ore, l’arte informale italiana ci urla ancora qualcosa. Parla di una libertà che non ha bisogno di cornici, di un’arte che può permettersi di essere brutta, sporca e vera.

E forse, in un mondo che ci vuole sempre allineatə, l’informale ci ricorda che uscire dai margini non è solo possibile, è necessario.


 

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