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Insegnare Tecnologia in carcere: intervista a Michelle Usala, autrice di Torte fatte di niente

Per la rubrica “io amo la tecnologia“, oggi intervistiamo Michelle Usala, docente di tecnologia alla scuola secondaria di primo grado, al CPIA del carcere di Bollate. Questa esperienza l’ha spinta a scrivere un libro: Torte fatte di niente. In quest’intervista ci parla del libro ma anche della sua esperienza di insegnamento a maschi adulti carcerati, tra voglia di riscatto e rieducazione al bello.

 

torte fatte di niente michelle usala

Insegnare in carcere: intervista a Michelle Usala, autrice di Torte fatte di niente

Come mai hai scelto il carcere per il tuo anno di prova in ruolo?

Curiosità in primo luogo: quando ancora compilavo le gps da docente precaria mi sono sempre chiesta come sarebbe stato insegnare in un carcere. Quando si è resa tangibile questa possibilità, dopo la pubblicazione delle disponibilità per l’anno di prova, mi sono informata sul web, innamorandomi di quelle che erano le altrui esperienze e volendo così lanciare a me stessa una nuova sfida.

Erano adulti o ragazzini? Maschi, femmine o entrambi?

Sono. Ancora insegno nel carcere di Bollate. Mi occupo degli uomini adulti. Il penitenziario ospita un reparto femminile, ma non abbiamo attualmente iscrizioni per il CPIA.

Come hai affrontato le sfide uniche di insegnare tecnologia in un ambiente carcerario?

Con estrema pazienza, in assenza di quelle tecnologie di cui dispone ogni docente all’esterno: connessione ad internet in primis. Se poi vogliamo considerare i libri un oggetto tecnologico, ci mancano anche quelli.
Per squadrette, matite e compassi mi sono organizzata con campagne di beneficenza.

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Torte fatte di niente, il libro di Michelle Usala

Come è nata l’idea di scrivere un libro?

Ho sempre voluto scrivere, almeno da quando (me misera) scelsi di frequentare un liceo classico. Tuttavia non ho mai trovato un argomento che si conciliava con il mio stile narrativo, più affine a quello del racconto. L’idea di scrivere un libro, in questo caso, ha perfettamente collimato con la reale possibilità di lavorare in un carcere.

Potevate collegarvi a internet? La parte “informatica” è stata penalizzata?

Attualmente la connessione permette solo l’accesso al registro elettronico. Con i colleghi stiamo cercando di stabilire un accordo con il carcere affinché, attraverso delle credenziali, almeno noi docenti potremo accedere ad internet limitato dal Ministero della giustizia ai siti statici. Escluso quindi guardare un video su You Tube o ascoltare un podcast.
Tengo tuttavia dei corsi di informatica di base e avanzata riservati agli studenti “esterni” alle classi che frequentano il primo livello: ho a disposizione una dozzina di pc portatili ed anche un’aula informatica con delle postazioni fisse che condividiamo con le scuole superiori.

Quali strategie hai adottato per coinvolgere gli studenti detenuti nelle lezioni di tecnologia?

Fare didattica in carcere non è la vera priorità: l’obiettivo è implementare nuove competenze e al tempo stesso rieducare al “bello”. Per coinvolgerli, considerando anche le difficoltà linguistiche della maggior parte degli studenti, non faccio altro che fare come facevo fuori: mi comporto da giullare e cerco di catturare il loro interesse attraverso una risata, poi da lì provo ad impostare una lezione.

michelle usala docente in carcere

Hai respirato la rabbia e la frustrazione della detenzione?

La tensione è sempre abbastanza alta: capita che ogni tanto si scaldino gli animi, ma in qualche modo, discutendone, si torna sempre ad una sorta di normalità.

C’è anche il “sentimento” del riscatto? Come si lega allo studio e ai lavori di una materia pratica come la tua?

Alcuni detenuti vengono a scuola per “vocazione”, altri per passare il tempo e altri ancora perché gli viene consigliato dagli educatori. Questi ultimi sono spesso quelli meno motivati e non è sempre scontato coinvolgerli, gli altri, essendo lì “per scelta” accolgono di buon grado tutte le attività pratiche e non che propongo, credendo nella possibilità di acquisire nuove competenze. Attualmente sto facendo loro costruire dei ponti con le palettine di legno del caffè e la colla vinilica: lo scopo è imparare qualcosina di strutture reticolari e di sollecitazioni. La parte divertente sarà la prova a rottura durante l’esame e le elezioni del ponte esteticamente più bello.

Hai notato differenze significative nell’approccio all’apprendimento dei detenuti rispetto agli studenti tradizionali?

Sì. I miei studenti hanno dai 18 ai 100 anni e molti hanno un trascorso di tossicodipendenza. La loro memoria vacilla e quello che ho detto 10 minuti prima non è scontato 10 minuti dopo. Inoltre le differenze di età, oltre che di etnia e cultura non sono sempre semplici da gestire.
Inoltre, come già accennavo prima, le TIC non sono utilizzabili.

 

insegnare tecnologia in carcere

Rispetto a una scuola tradizionale, con riunioni varie, genitori, consigli di classe, scrutini, com’è una scuola carceraria?

Completamente diversa. Io opero all’interno di un CPIA, che già di per sé è una realtà lontana dalla scuola tradizionale. L’organizzazione delle classi viene fatta dai docenti nell’anno stesso in cui gli studenti si iscrivono, tant’è che la scuola comincia più a ottobre che a settembre. I genitori in carcere non esistono, o almeno sono quelli a cui insegno; al limite si può richiedere un colloquio con l’educatore del detenuto, se necessario. Collegi, consigli di classe e scrutini invece si svolgono come in una scuola tradizionale.

In che modo hai personalizzato il tuo approccio didattico per adattarti all’ambiente carcerario?

Rinunciando del tutto, o quasi, alle risorse online immediate e cercando di non dimenticarmi la chiavetta usb, visto che il cloud non lo posso più usare come risorsa.

Quali sono stati i momenti più gratificanti o sfidanti durante il tuo insegnamento in carcere?

I momenti gratificanti avvengono spesso: quando riesco a sorridere con gli studenti o quando vedo che qualcuno ha imparato dove si trova l’apostrofo sulla tastiera.
Quelli più sfidanti e costanti sono relativi alla consequenzialità logica delle lezioni: capita che uno studente lavori per due mesi, assentandosi da scuola, oppure che magari a scuola riesca a venirci, ma che perda sempre la prima o la seconda ora.
È difficilissimo colmare alcune lacune, come è altrettanto difficile insegnare in un solo anno il programma di tre.

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Insegnare tecnologia in carcere: ultime domande a Michelle Usala

Se tornassi indietro sceglieresti di nuovo il carcere?

Ovviamente sì. È il miglior piano B di tutti i piani A ai quali io abbia mai pensato

Rimarrai lì anche quest’anno?

Sì, e ad oggi credo ci rimarrò a tempo indeterminato: mi diverto troppo.

Consiglieresti questa scelta a un collega che deve fare l’anno di prova?

Dipende. Per lavorare in un carcere bisogna essere sgombri di pregiudizio, i detenuti non sono rappresentanti dei crimini che hanno commesso: sono persone prima di tutto, che in passato hanno commesso errori, talvolta molto grossi. Bisogna sapersi porre come se davanti si avesse una persona qualsiasi, uno studente che vuole imparare qualcosa.
Soprattutto non lo consiglio a chi non ha abbastanza empatia per entrare in relazione con chiunque.

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