Vai al contenuto
Home » Irriverender di Nath Bonnì: Seo Specialist Blog » Maturandi “ribelli” e adulti solidali: ma che idea avete degli insegnanti, esattamente?

Maturandi “ribelli” e adulti solidali: ma che idea avete degli insegnanti, esattamente?

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un curioso ribaltamento del potere: alcuni studenti, forti del loro punteggio, si sono rifiutati di affrontare l’orale dell’Esame di Stato. E il pubblico adulto? Applausi a scena aperta.

A chi lavora nella scuola — o la frequenta quotidianamente — è sembrato surreale: decine di post e commenti sui social a inneggiare al “coraggio” dei ragazzi, tra citazioni sbilenche di 1984 e inviti a “sottrarsi a un sistema malato”. Peccato che questo “sistema” sia fatto di persone, e che al centro del bersaglio ci sia finito, ancora una volta, il docente. O la docente. O, spesso, la maestra.

maturandi ribelli, adulti solidali, professori


Quando la ribellione fa audience, ma a scapito dell’autorevolezza

Che piaccia o no, il gesto di chi ha evitato l’orale (pur sapendo di essere promosso) non è una rivoluzione romantica. È un rifiuto delle regole condivise. E per quanto si possa discutere della forma dell’esame, un messaggio passa chiaro: l’insegnante non merita rispetto.

Ciò che colpisce davvero, però, è la reazione degli adulti. Non parliamo di adolescenti ribelli, ma di madri, padri, ex studenti e opinionisti seriali del web che vedono nella scuola il loro trauma adolescenziale mai rielaborato.

Per loro, il prof è ancora quello anni ’90: sadico, impunito, con la giacca di tweed e la penna rossa, pronto a umiliare lo studente di fronte alla classe. O magari la prof severa, che dava del “somaro” senza appello. Il problema? Oggi quel professore — e quella professoressa — non esistono quasi più. E se ci sono, sono sotto osservazione più dell’intelligenza artificiale.


“Lo fanno per protesta!” (Forse. Ma contro chi?)

Alcuni studenti hanno giustificato il gesto come “atto politico”. Contro l’ansia da prestazione, contro la scuola-azienda, contro la società votata al risultato. Tutto vero, tutto legittimo. Ma quando il messaggio arriva attraverso il silenzio all’orale, in diretta davanti a una commissione, il bersaglio diventa un altro: chi sta lì ad ascoltarli. Cioè i docenti. Le docenti. In carne, ossa e cravatta estiva sgualcita — o sandali comodi e camicia di lino stropicciato.

Ed è qui che il sostegno degli adulti diventa ambivalente. Se da un lato denuncia un malessere, dall’altro rafforza il discredito verso la figura del docente, già logorata da anni di delegittimazione sociale.


Il docente oggi: sorvegliato, sminuito e (spesso) bullizzato

Chi insegna lo sa: la scuola pubblica di oggi non è un feudo di potere, ma una trincea. Il docente — e la docente — è controllato, valutato, filmato. Non può alzare la voce, non può ammonire senza rischiare un ricorso, non può neppure pretendere il silenzio se una famiglia ha deciso che “l’importante è che mio figlio stia bene”.

E se si ribella? Viene accusato di non essere empatico. Se fa rispettare le regole? Autoritario. O autoritaria. Se si dimostra stanco o deluso? “Ha sbagliato mestiere”.

In tutto questo, l’idea che il prof sia uno sfigato sottopagato, o che la prof sia una frustrata con troppe ferie, è passata da battuta da bar a convinzione strutturale in molte famiglie. Alcuni genitori la trasmettono attivamente ai figli, che entrano in aula già con la convinzione che quella figura in cattedra non abbia nulla da insegnare — né sul piano umano, né su quello culturale.


Ma i genitori, lo sanno?

Sorge una domanda: i genitori erano informati di questi gesti di rifiuto dell’orale? Hanno espresso pareri? Hanno sostenuto o disapprovato i figli?

Va ricordato che si tratta pur sempre di maggiorenni — ma appena maggiorenni. Con un piede nella cittadinanza e l’altro ancora nelle dinamiche della scuola dell’obbligo. La responsabilità genitoriale non si dissolve con la maggiore età anagrafica: in gioco c’è la trasmissione del rispetto per le istituzioni, e la scuola è una delle prime.


Professore, professoressa… chi erano costoro?

Eppure c’è un dato interessante: molti docenti — uomini e donne — hanno accolto con favore la reintroduzione del voto in condotta. Non perché amanti del pugno duro, ma perché stanchi di essere trattati come un fastidio da aggirare. Desiderano strumenti per arginare situazioni che — diciamolo — non hanno più nulla di educativo.

Lo stesso vale per chi vorrebbe impedire, per legge, che si possa essere promossi evitando l’orale: una misura che non punta alla repressione, ma alla dignità del percorso formativo. Perché insegnare, che lo si faccia da un’aula, una LIM o un banco traballante, non è mai solo un lavoro.


Una riflessione (amara) per l’adulto del 2000

Molti degli adulti che oggi commentano con entusiasmo questi atti di “ribellione scolastica” sono proprio quelli che hanno inaugurato il “nuovo” Esame di Stato nei primi anni Duemila. Hanno vissuto la svolta dei 100 punti, delle tre prove, delle tesine PowerPoint.

Eppure oggi sembrano non riconoscere più il valore del confronto. Né quello dell’educazione al rispetto reciproco. Soprattutto verso figure che ogni giorno — che siano uomini, donne, giovani o prossimi alla pensione — reggono una classe anche quando il mondo intorno non lo fa.

Forse è il momento per loro — per noi — di una riflessione profonda: se continuiamo a delegittimare l’idea stessa di insegnante, cosa racconteremo ai nostri figli, quando toccherà a loro affrontare la scuola?

Magari qualcosa come: “Tranquillo, fai scena muta. Papà — o mamma — ti mette like su Facebook.”

Ecco, magari no.

Rispondi

Scopri di più da Irriverender | Blog di Architettura e Seo Nerd di Nath Bonnì

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere