C’è stato un momento glorioso, agli inizi del Novecento, in cui l’arte ha smesso di comportarsi bene. Ha tolto il cappello, sputato per terra e, con una scrollata di spalle, ha detto: basta con le regole. Quel momento si chiama Fauvismo. E no, non c’entra nulla con i felini domestici: i fauves erano “belve” solo per chi aveva ancora gli occhi impastati di classicismo e accademia stantia.

Chi erano questi fauves, e perché gridavano così tanto con i colori?
Partiamo dal nome: Louis Vauxcelles, critico d’arte francese con la penna più affilata della sua epoca, entra al Salon d’Automne del 1905 e vede un gruppo di opere che sembrano esplose nella scatola dei pastelli a olio. Commenta: “Donatello au milieu des fauves!”. Tradotto: una scultura classica circondata da belve. E il nome è rimasto.
I pittori fauves erano un gruppo sparso ma rumoroso, capitanati da Henri Matisse e André Derain. Non avevano un manifesto (perché i manifesti sono da gente organizzata, e loro erano troppo occupati a rovesciare tubetti di colore sulla tela). Volevano liberare la pittura dalle pastoie del naturalismo e dell’impressionismo tardivo. Il colore, per loro, non serviva a imitare la realtà, ma a urlare emozioni.
Un’opera d’arte fauves non ti chiede permesso
Osservare un’opera fauves è come entrare in una stanza dove qualcuno ha acceso tutte le luci, tutte insieme. Prendi per esempio Pont de Charing Cross di Derain: un ponte londinese diventa una sinfonia cromatica che ha più a che fare con l’ebbrezza visiva che con la topografia.
I cieli sono arancioni, i fiumi verdi, le case viola. E non è che Derain non sapesse com’è fatto un ponte. Semplicemente, non gliene fregava nulla. Perché l’obiettivo era sentire, non riprodurre. Il colore è puro, sparato, violento. E se ti sembra esagerato, è perché lo è.

Ma quindi, questi artisti fauves, erano tutti matti?
No. O almeno non più della media dei boèmi parigini del tempo. Erano semplicemente stufi di fare i bravi. Si muovevano tra Montmartre e Montparnasse con la stessa naturalezza con cui oggi si passa da un feed Instagram a un altro, ma con in testa un’idea rivoluzionaria: che l’arte potesse essere espressione individuale e non copia conforme della natura.
Accanto a Matisse e Derain troviamo Maurice de Vlaminck, il più “selvaggio” tra i fauves, e Kees van Dongen, che con i suoi ritratti audaci strizzava l’occhio al pubblico più mondano. Insomma, mica solo pennellate a caso. C’era una ricerca feroce dietro, un’intenzionalità quasi brutale.
Fauves nell’arte: una fiammata breve ma incandescente
Il Fauvismo non dura molto: dal 1905 al 1908, e poi ognunə per la sua strada. Ma l’impatto che ha sull’arte moderna è gigantesco. Il colore libero, la composizione spezzata, il rifiuto del realismo diventano semi per tutte le avanguardie a venire: dall’espressionismo tedesco al cubismo, fino all’arte astratta.
In pratica, i fauves hanno acceso un incendio, e poi hanno lasciato che fossero altri a scaldarsi. E se oggi puoi appendere in salotto un quadro con una mucca fucsia e nessuno ti denuncia, devi ringraziare anche loro.

Cosa possiamo imparare oggi dai pittori fauves?
Che si può disubbidire con stile. Che l’opera d’arte fauves ci ricorda quanto sia potente il gesto di rompere con la tradizione quando questa diventa gabbia. E che ogni tanto, per cambiare le cose, basta un colore sparato in faccia.
Nel mondo iperfiltrato in cui viviamo, dominato da palette pastello e selfie desaturati, il Fauvismo suona come un invito a sporcarsi le mani. A dire qualcosa, anche se non piace. Anzi: soprattutto se non piace.
E allora, la prossima volta che ti trovi di fronte a un quadro con colori fuori registro, ricorda: forse non è un errore. Forse è solo un fauve che ruggisce ancora.





