C’era una volta, nel lontano 2008, un esercito di freschi laureati in architettura. Occhi pieni di sogni, portfoli pieni di progetti utopici, e cuori gonfi di speranza. Nessuno li aveva ancora avvertiti che stavano per essere inghiottiti dal tritacarne della gavetta architettura, versione hardcore.
Spoiler: nessuno è diventato socio. Ma tantissimə hanno imparato a fare cappuccini da 1,20 euro e ad aspettare con ansia i bonifici della ritenuta d’acconto da 300 euro lordi. Dopo due mesi. Con fattura cartacea. Spedita via fax.

Benvenuti nel favoloso mondo delle finte partite IVA
Nel magico 2008, quando ancora Facebook sembrava una rivoluzione e i rendering si facevano con SketchUp e tanto amore, i neolaureati in architettura venivano arruolati in massa negli studi di architettura. Contratti? Ma no, vuoi mettere la libertà della partita IVA? Peccato che fosse una finta partita IVA, con orari da tempo pieno e zero diritti. Un inno alla precarietà camuffato da “opportunità di crescita”.
“Imparerai tantissimo!” dicevano, con il sorriso di chi ha appena trovato qualcunə che gli fa i render meglio di quanto riuscirebbe mai a fare lui, il titolare. Gratis.

Tecnologia a pedali e render da museo dell’orrore
Parliamone. I rendering del 2008 facevano oggettivamente schifo. Non per colpa di chi li faceva (che metteva amore e caffeina in dosi tossiche), ma perché i computer dell’epoca erano praticamente delle lavatrici con monitor. Si lanciava un rendering la sera e si pregava che fosse finito prima del lunedì successivo. La GPU? Una parola esotica. La RAM? Sempre piena.
Ma nonostante tutto, erano comunque meglio dei rendering del titolare, che si ostinava ad usare AutoCAD 2000 come se fosse Blender, e si vantava di saper fare le ombre con il comando “solid hatch”.

Lo stage eterno: dove i sogni vanno a morire
Molti studi promettevano mari e monti: “Se resti qui un annetto, poi vediamo di farti crescere… magari come socio, eh!”. Poi scoprivi che anche la persona seduta accanto a te, da cinque anni, stava ancora aspettando di “diventare socio”. E nel frattempo faceva i computi metrici, le tavole esecutive e anche il caffè per i clienti.
La gavetta architettura non aveva fine. Ogni tanto arrivava una proposta indecente tipo: “Ti paghiamo un viaggio per fare un rilievo in Baviera, ma il tempo che ci metti è formazione, quindi niente compenso”. E tu partivi lo stesso, perché pensavi che fosse una chance. Era solo lavorare gratis, in alta definizione.

Poliglotti per necessità, mica per Erasmus
Nel 2008, il mondo diventava global, ma gli architetti italiani si accorgevano che le scuole non insegnavano a parlare decentemente in inglese. Così toccava a te, neolaureatə con un B2 scalcagnato, affrontare i colloqui in inglese con clienti russi, arabi e austriaci, mentre il titolare si nascondeva in bagno o diceva “tu che sei giovane e studi ancora, fallo tu, dai”.
Era un misto tra sitcom e guerra fredda. Ma grazie a te, lo studio aveva il progetto approvato. E tu? Una pacca sulla spalla e la gloria effimera della mail firmata con il nome del capo.

Quando il BIM diventò il tuo nuovo padrone
Nel 2008, il BIM era una misteriosa entità di cui si cominciava appena a parlare. Nessuno lo sapeva usare, tranne te, che avevi seguito quel workshop gratuito con pizza inclusa e avevi capito che Revit non era una bibita gassata.
All’improvviso eri diventatə indispensabile. Il progetto di quel grattacielo al Cairo non si apriva senza il tuo intervento. Ma il contratto? Sempre lo stesso: finte partite IVA e “vediamo tra sei mesi”. Con un po’ di fortuna ti pagavano anche il mouse nuovo. A rate.
Poi arrivò la realtà: la scuola pubblica
Dopo anni di lotte, umiliazioni, pomeriggi passati a fare plastici con lo sputo e serate a rendere in BIM senza pietà, qualcosa si spezzò. Alcunə decisero di cambiare vita. Di dire basta. Di provare il concorso pubblico. E molti lo passarono. Diventando insegnanti di sostegno, finalmente con un contratto vero, ferie pagate e colleghə che ti salutano la mattina senza chiederti di rifare la sezione prospettica per la quarta volta.
E sai cosa? Non era poi così male.
Certo, ogni tanto guardi il rendering di quel progetto che non è mai stato costruito, e un po’ ti manca. Ma poi pensi alla ritenuta d’acconto, al titolare con la password scritta su un post-it, e al plastico fatto con il cartoncino bristol recuperato in cartoleria a fine stagione.
E torni a correggere i compiti con un mezzo sorriso. Perché alla fine, chi è sopravvissuto al 2008, può sopravvivere a tutto. Anche al registro elettronico.
P.s. i render “Brutti” sono stati fatti apposta con un’APP AI





