L’Architetto Andrea Bonessa risponde sulla sua candidatura all’Ordine degli Architetti di Milano

Intervistiamo Andrea Bonessa, candidato all’Ordine degli Architetti di Milano nella lista “Architetti Metropolitani”, insieme al già intervistato Arch. Fabrizio Guccione
Le domande sono sempre le stesse, per tutti i candidati che hanno accolto questa richiesta.
Le accorpiamo per venire incontro alle risposte.

1) Raccontaci di te. Età, provenienza, passioni, professione.
2) Cosa ti ha spinto a scegliere la via dell’Architettura? Di cosa ti occupi? In cosa si differenzia il tuo approccio?

Ho incominciato a frequentare uno studio di architettura durante l’ultimo anno di liceo. E’ in quel periodo che ho capito che progettare mi divertiva molto. Ed è la sensazione che provo ancora oggi sia che si tratti di una palazzina residenziale sia che sia il bagno di un amico che mi chiede il solito piacere.

E con questo ti rispondo anche alla seconda domanda.
Ho scelto l’Architettura perché desideravo fare un lavoro che mi divertisse, che mi piacesse e che fosse anche utile a generare, il più possibile, benessere.
Penso di differenziarmi cercando di coinvolgere il più possibile il mio cliente nelle fasi progettuali chiedendogli anche di effettuare un’analisi puntuale dei suoi reali desideri, superando i pregiudizi e le mode che tendono ad omogeneizzare la proposta architettonica.
In questo si differenzia il mio approccio. Non progetto le mie case, i miei negozi, i miei uffici, ma quelli di chi ci vive e ci lavora, accompagnando i miei clienti in un percorso di crescita per fasi, durante le quali l’apporto al progetto è condiviso.
Per questo ho sempre cercato di progettare luoghi che fossero equilibrati tra il loro essere innovativi ma allo stesso tempo famigliari per chi li doveva abitare o frequentare, con un’estrema attenzione alla sostenibilità e al recupero sia del patrimonio edilizio esistente sia di molte delle sue componenti.
Ho sempre detestato quell’architettura, degli architetti per gli architetti, che allontana, invece che avvicinare, i cittadini dall’architettura, facendola apparire estranea e incomprensibile.

Negli ultimi venti anni mi sono anche interessato di riforma delle professioni e di gestione degli Ordini, proponendo sempre che vi fosse maggiore chiarezza e trasparenza nella gestione dell’Ordine, nell’indirizzo della Fondazione, nella trasparenza Finanziaria.

3) Cosa dovrebbe fare l’Ordine per il professionista? Cosa fa? Cosa vorresti che facesse?
4) Quali sono le problematiche della professione che ritieni di maggior urgenza?

Niente di quello che gli abbiamo fatto credere fino ad oggi. Niente che sia minimamente assimilabile a un sindacato e a un difensore dei diritti del professionista di cui non ha nè il ruolo né la delega.
Dovrebbe essere il custode del valore dell’Architettura con l’A maiuscola e quindi della nome e della dignità dei professionisti. Che si ottiene chiedendo loro quella qualità e quella integrità che spesso si sono perse.
Premiante verso i comportamenti virtuosi ma severo con chi abusa della sua posizione indubbiamente privilegiata.
Svolgere quella funzione di magistratura saggia e attenta che non ha la finalità di castigare il colpevole ma di difendere e valorizzare la collettività dei professionisti che svolgono con zelo la propria attività.

Poi, parallelamente, dovrà svilupparsi il movimento autonomo, libero e indipendente dei professionisti dedicato a difenderne i legittimi interessi.
E questa potrebbe essere la Fondazione dell’Ordine, liberata dal controllo assoluto dei quindici consiglieri. Una fondazione riconsegnata alla gestione degli iscritti che, democraticamente ne definiranno le linee di comportamento, le scelte, l’indirizzo.
Decidendo autonomamente se parteciparvi o meno, senza che questo sia “compreso” nel pacchetto ordinistico.

Penso, e pensiamo, noi Architetti Metropolitani a una nuova e diversa stagione in cui la trasparenza e la definizione precisa dei ruoli e dei compiti ci permettano di superare le attuali sovrapposizioni e ingerenze trasversali in cui non si capisce bene chi faccia cosa e di chi siano le responsabilità.
Per permettere agli architetti di tornare ad essere attori attivi delle trasformazioni urbane dobbiamo incominciare a ridare centralità ad ogni architetto all’interno della nostra comunità.
Una dignità personale che potrà trasformarsi in una nuova dignità collettiva,

Ma per fare questo è necessario cambiare l’attuale paradigma che vede L’Ordine come unico terminale delle richieste degli iscritti, a cui, per limiti istituzionali non può dare risposta.
Non possono essere quindici “signorX” a gestire la complessità delle trasformazioni in atto e delle opportunità che ci riserva il futuro.

E necessario un processo di condivisione che coinvolga ogni attore di questa trasformazione e che consenta agli architetti di interloquire da pari con qualsiasi partecipante alla partita in corso.
Conflittualità con la pubblica amministrazione, rapporti tra gli iscritti, condizione economica,
mancata considerazione da parte della clientela, perdita della qualità professionale.

Questi alcuni dei problemi con cui dovremo fare i conti, ma, all’orizzonte, ci aspetta un PNRR che può rappresentare una grande opportunità di cambiamento.
Che potremo sfruttare solo se saremo cambiati noi, se avremo gli strumenti adatti, se saremo in grado di trovare insieme la soluzione.

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