Perché è un tabù parlare del sessismo nelle professioni tecniche?

Esattamente come quando si parla della situazione dei giovani, costretti a lavorare a finta partita iva, e a subire continuamente una svalutazione da parte dei colleghi anziani, anche quando si parla della condizione della professionista donna, c’è subito un tentativo di rimozione, sia da parte dei colleghi, che da parte di molte colleghe.

parliamo piuttosto dei problemi DEI professionisti…

Ogni volta che si fa presente, ad esempio, che in un master, ad una conferenza, o in un convegno importante, i relatori sono tutti uomini, o ogni qualvolta che si parla di come è impossibile per una donna con progetti di genitorialità lavorare come architetto, subentrano subito dei meccanismi di “benaltrismo”.
Curiosi gli atteggiamenti di alcune, molte, colleghe, che vogliono spostare immediatamente il tema sui problemi “generali della professione”, ovvero quelli degli uomini, con dei generici “siamo tutti nella stessa barca“. Anche i colleghi uomini tendono a dire di “non perdere tempo” con questi discorsi, “perché la nostra professione ha così tanti problemi…”

Assenza di “coscienza di genere”, paura di apparire “piagnone”

Perché, tra donne professioniste, quindi con un livello culturale decisamente sopra la media (laurea, abilitazione, a volte altri titoli post lauream, tra master, dottorati, e altri corsi abilitanti), è così difficile fare “coscienza di genere” e si pensa, implicitamente, che anche solo sollevare questioni di genere possa togliere autorevolezza alle professioniste?

A volte mi sembra quasi che un prestigio conquistato a fatica, facendo molta più fatica degli uomini, è un risultato che si ha paura di mettere in discussione iniziando a fare “politica dei diritti”, anche solo applicata alla professione. Si ha paura, insomma, di apparire “frignone”, che si venga viste come persone che si piangono addosso e danno la colpa alla società dei propri insuccessi.
E’ forse per questo che molte professioniste, colte e affermate, preferiscono prendere le distanze dalle colleghe Arch. impegnate sul tema del sessismo nelle professioni tecniche?

Connivenza con i maschi sessisti

A volte temo sia anche un tentativo di compiacere i colleghi uomini con cui, con fatica, si è costruito un rapporto di fiducia, e si ha paura di contrariarli nel loro secco “no” ad ogni questione di emancipazione di genere professionale. Non si vuole fare la fine, ai loro occhi, delle “rompiscatole” pedanti, e “boldriniane”, che con la loro penna rossa non fanno altro che correggere i colleghi.

Le femministe sono viste come sfaccendate polemiche e poco concrete

A volte, invece, il problema è causato dalla “distanza” che vi è tra il mondo femminista e le donne. Le professioniste in carriera vedono le femministe come intellettuali “perditempo”, che filosofeggiano sui diritti ma che poi, nella propria vita personale, non si sono emancipate, e danno consigli su mondi professionali che non conoscono, perché certi obiettivi non li hanno potuti/voluti raggiungere, quindi si attribuisce al mondo delle rivendicazioni un atteggiamento pedante, precisino, ma anche perditempo, e legato a parlare del “sesso degli angeli”.
Le femministe vengono quindi viste, più o meno, come viene visto un animalista quando critica animosamente chi mangia la carne, quindi come chi in teoria ha ragione (se tutti noi mangiassimo meno carne, allungheremo la vita del pianeta e del genere umano sul pianeta), ma lo fa in un modo costantemente aggressivo e polemico, e comunque incentrato sulla teoria e non sull’escogitare pratiche attuabili nell’immediato (e né tutte le femministe, nè tutti gli animalisti sono così, ma solo i “troll” del web).

Finta partita iva e ricadute “sessiste” ma non solo

Eppure, il mondo delle professioni tecniche è “endemicamente “sessista. Pensiamo alla “finta partita iva”. Se le impiegate lamentano la firma di “dimissioni in bianco” in caso di maternità, da contratti che, finché ci saranno, comunque garantiranno malattia, permessi, ferie, buoni pasto e quant’altro, per le donne nelle professioni tecniche non è neanche necessario, visto che il contratto è un “non contratto”, che richiede responsabilità da dipendenti, orari fissi, presenza fisica e “dipendenza”, ma paga da “collaboratori esterni”, con tutte le implicazioni che questo ha.
Non è “solo” il non diritto alla maternità (si pensi a quante donne si buttano sull’insegnamento proprio perché dopo la maternità sono rimaste tagliate fuori dal mondo degli studi tecnici), ma anche dell’essere soggette alla “simpatia” dei titolari, i quali, pagandole a “finta partita iva”, possono mandarle via “senza giusta causa” in qualsiasi momento, senza preavviso. Potenzialmente, anche se la collega arch.  non ha fatto abbastanza gli occhi dolci.
Questo sistema, quello della finta partita iva, svantaggia tutta una serie di minoranze: giovani che non possono “decollare” con i progetti della vita adulta, costretti a fare una gavetta “spezzata”, tre mesi qua e tre mesi là, ma anche italiani di seconda generazione, soggetti al razzismo, o anche persone LGBT, allontanate se, tramite una “gugolata”, viene fuori il loro essere LGBT.

L’autorevolezza di una donna professionista e la paura di perderla.

Di certo, le professioni tecniche non hanno una lunga storia riguardo alla presenza delle donne, se non relativamente a qualche eccezione poco rilevante. E quindi, vengono viste come qualcosa di “virile”, poco adatta a una donna, che, se proprio deve studiare, dovrebbe darsi al “sapere umanistico”.
Diventa davvero difficile, per la donna, avere autorevolezza in questo ambiente, sia relativamente ai colleghi, sia relatimanete a tutte le figure tecniche, spesso poco scolarizzate, che ruotano attorno. Difficile anche l’autorevolezza con i clienti, spesso maschi, che si comportano in modo sessista già con le loro mogli e compagne, a cui spesso non lasciano potere decisionale.
A volte è la professionista stessa a dover/voler prendere la distanza da moglie e compagne dei clienti, per non finire loro stesse a diventare bersaglio di sessismo. E così si dice che queste donne “fanno gli uomini”, acquisendone i difetti, quando in realtà stanno solo facendo buon viso a cattivo gioco, e non certo una “transizione di genere”.
E’ corretto biasimarle?

L’atteggiamento “compatente” delle femministe verso le professioniste

Spesso le femministe trattano le professioniste con “compatimento”, come fossero delle povere “misogine interiorizzate” che fanno il gioco dei maschi (clienti e colleghi che siano) e non si rendono conto delle cose. Eppure, non per tutte è così. Le donne professioniste, non impegnate nei movimenti femministi, a volte sono “femministe”, semplicemente, esistendo.
Si sono laureate in atenei dove essere donna era un’eccezione. Hanno accumulato ricchezza e prestigio sfidando il sessismo. Insomma, non sono certo povere sempliciotte da compatire.

E in tutto questo, gli uomini?

Sempre più spesso, uomini, non solo di sinistra, intervengono sui social, sotto ad articoli contro il sessismo nelle professioni, dicendo che le colleghe hanno ragione, e che va fatto urgentemente qualcosa.
Tutti gli altri, invece, molti, si danno al benaltrismo, al mansplaining (spiegare alle donne come devono agire, con fare superbo), o addirittura si danno a battute sessuali e sessiste.
Ma non sono loro i destinatari di questo mio articolo.

Creare uno spazio (fisico e non) di dialogo tra professioniste

Alcuni temi vanno trattati dalle persone strettamente interessate. Ed è forse questo che manca alle professioniste. Uno spazio tra loro, per parlare del problema senza intrusi. Questi intrusi sono sia i maschi professionisti, che decisamente non vivono il problema, ma anche donne nel percorso femminista, ma non in quello delle professioni tecniche.
Serve, quindi, uno spazio in cui le donne professioniste possano confrontarsi senza giudizio sul tema del sessismo.
E gli Ordini dovrebbero fornire questi spazi, fisici e non.

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