Villa Allemandi dell’Architetto Franco Albini

Ho deciso di pubblicare questo mio saggio breve del 2007, preparato per l’esame di Storia dell’Architettura a cura di Roberto Dulio, del quinto anno di Architettura e Società.
Il tema del saggio è la poetica progettuale di Franco Albini, e la sua opera “Villa Allemandi”, un’opera di cui, purtroppo, è difficile reperire il materiale. Spero sia utile anche la bibliografia presente a fine articolo.

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Franco Albini

Franco Albini nasce nel 1905 a Robbiate (Como), dove trascorre l’infanzia e una parte della giovinezza, nella casa paterna, assorbendo della sua terra la sensibilità per le opere dell’uomo e della natura. Trasferitosi con la famiglia a Milano, frequenta il Politecnico, dove si laurea nel 1929 e inizia l’attività professionale nello studio di Giò Ponti ed Emilio Lancia. Nel 1929 visita Barcellona e Parigi.
Dopo le prime realizzazioni di impronta novecentesca nel campo dell’arredamento, una conversazione con Edoardo Persico determina la sua «conversione» al razionalismo e l’avvicinamento al gruppo dei redattori di «Casabella».
Nel 1931 apre il primo studio professionale in via Panizza a Milano con Renato Camus e Giancarlo Palanti, e inizia a occuparsi di edilizia popolare partecipando al concorso per il «quartiere Baracca» (1932) a Milano e costruendo i quartieri: «Fabio Filzi» (1936-38), «Gabriele D’Annunzio» (1938-40), «Ettore Ponti» (1939). Queste opere testimoniano l’adesione al metodo progettuale di ispirazione gropiusiana. Insieme al gruppo CIAM italiano elabora due progetti urbani: «Milano Verde» (vi partecipa anche Ignazio Gardella), e «Le quattro città satelliti» (nella periferia di Milano). Queste influenze si vedono anche nella sua prima casa: «villa Pestarini» (1938)in piazza Tripoli a Milano.
Alla fine degli anni 30 partecipa a due importanti concorsi per il «quartiere romano dell’ E42».
Nel campo degli allestimenti esordisce nel 1933 alla Triennale di Milano, progettando, in collaborazione con Pagano, la «casa a struttura d’acciaio».
Alla Triennale del 1936, segnata dalla scomparsa dall’improvvisa scomparsa di Persico, si consolida un gruppo di giovani progettisti, che ordinano la «Mostra dell’abitazione», per cui Albini presenta l’arredamento di tre alloggi Tipici. Per la stessa mostra allestisce la «Mostra dell’antica oreficeria italiana» con Romano e progetta la «Stanza per un uomo», in cui affronta il tema dell’Existenzminimum, e dell’uomo sportivo (era egli stesso alpinista e sciatore).
Negli anni seguenti mostre e fiere sono per lui occasione per sperimentare nuove soluzioni (Padiglione Ina, 1934, Fiera del Levante). In questi anni nasce la straordinaria invenzione del controsoffitto forato («padiglione della Montecatini», 1940, Fiera Campionaria di Milano, «Mostra di Scipione e degli elementi contemporanei», 1941, Accademia di Brera) e la sperimentazione sul sistema espositivo in serie. Negli ultimi anni di guerra, il gruppo di architetti razionalisti milanesi formula una proposta di Piano Regolatore, «il piano AR» (Architetti Riuniti), pubblicato nel numero 194 di «Casabella», diretto nel 1946 di Albini insieme a Palanti.
Nel Dopoguerra si associa a Franca Helg, nel 1951. Egli alimenta il suo interesse per l’edilizia popolare utilizzando un processo di composizione/ricomposizione. Ne sono esempi gli edifici del quartiere «Mangiagalli» (1950-52 a Milano con Gardella), la «casa per i lavoratori Incis» (1951-53 a Vitalba, Milano) e la «casa per impiegati della Società del Grès» (1954-56 a Colognola, Bergamo).
Nel 1955 vince il «Compasso d’oro» con la sedia Luisa (1955).
Per quanto riguarda il suo rapporto con la tradizione, per lui non è un «a priori» a cui conformarsi, ma un elemento di coscienza individuale e collettiva, di interpretazione di valori riconosciuti.
Ciò è ravvisabile nell’ «Albergo-rifugio Pirovano a Cervinia», nell’ «Edificio per Uffici Ina-Parma» (1950-54), negli «Uffici comunali di Genova», e nella «Rinascente a Roma» (1957-61), la cui struttura in ferro e la corrugazione dinamica richiamano la scansione dei vicini palazzi rinascimentali.
A Milano egli lascia un’impronta tardivamente.
Nella sua sistemazione delle «stazioni della linea 1 della Metropolitana Milanese» (1962-63) i pannelli prefabbricati, i dettagli (tra cui spicca il corrimano in ferro) e i colori divengono elementi identificativi di immediata riconoscibilità.
La sua città di elezione è invece Genova, che gli dà l’opportunità di intervenire a varie scale: da quella urbanistica («quartiere Angeli», 1946, «quartiere di Piccapietra», 1950, «Piano Regolatore Generale», 1948, «sistemazione della Valletta Cambiaso», 1955) a quella edilizia (rinnovo dei musei di «Palazzo Bianco», 1949-51 e «Palazzo Rosso», 1952-62). Tra il 1963 e il 1979 lo studio Albini-Helg progetta il restauro del «convento di Sant’Agostino» come nuovo museo archeologico lapideo.
In questi anni lo studio si associa con Antonio Piva e con Marco Albini. I musei di Albini innovano profondamente le tecniche espositive e le attrezzature perseguendo una concezione educativa del museo, integrando antico e moderno, diventando essi stessi opere d’arte in sé. In questi allestimenti di interni è ravvisabile la maestria di Albini nel creare spazi emozionali, sia che esprimano una rarefazione di elementi in un’atmosfera sospesa («Palazzo Bianco»), sia che facciano riferimento a lontani archetipi («San Lorenzo»). Tra i progetti di Musei vanno ricordati: il «Museo greco-romano» (1965 ad Alessandria d’Egitto) e il «Chiostro degli Eremitani» (1969-79 a Padova).
Nell’ultimo scorcio dell’ attività di Albini si rileva una cristallizzazione del linguaggio in formule compositive già sperimentate. Ciò è ravvisabile soprattutto negli Uffici della SNAM (1969-74 a San Donato Milanese).
L’attività di docente universitario di Franco Albini di esplica in un arco temporale di circa trent’ anni. Dal 1949 al 1964 insegna all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (con un trasferimento per un solo anno al Politecnico di Torino), per poi trasferirsi al Politecnico di Milano.
Nell’insegnamento egli trasmette gli stessi principi che fondano il suo lavoro di architetto.
Era convinto che non bisognasse trasmettere agli allievi il proprio «stile». Egli utilizza un metodo didattico fondato su ripetuti «perché», volti a sollecitare nel discente la coscienza delle proprie scelte progettuali, e intervenendo raramente sui disegni degli studenti e sempre e solo al margine.
Muore nel 1977 a Milano.
Il progetto albiniano nasce dalla definizione in pianta apparentemente semplice, ma complessa, dotata di un’idea che eventualmente accoglie alcune eccezioni. Molti prospetti non sono concepibili se non preceduti da un’idea precisa in pianta. Allo studio della pianta segue quello della sezione e quindi dello spazio. Le “eccezioni” sono gli specchi, gli elementi sospesi, in movimento, le trasparenze.
Franco Albini sosteneva che «non esistono oggetti brutti, basta esporli bene». Questa frase apparentemente paradossale mostra la sua presa di distanza dai luoghi comuni, un atteggiamento che esclude ogni preclusione verso la realtà, uno sguardo nudo e senza preconcetti verso ciò che si ha di fronte. Il corpus dei disegni di progetto albiniani ci informa del costante e quasi maniacale tentativo di controllare la realtà del progetto attraverso un enorme numero di elaborati esecutivi che indagano il progetto: prassi che tenta di garantire un’esecuzione perfetta per mezzo dello strumento del disegno. La concezione albiniana della progettazione non è paragonabile a quella di un «regista», che genera un’idea e delega successivamente a specialisti la realizzazione del prodotto finale. Egli è un artigiano che controlla ogni singola parte e la successione degli atti progettuali: dalla concezione dell’idea generale, attraverso la sua travagliata elaborazione, alla ricerca tecnica e tecnologica, allo studio di ogni parte dell’opera sino alla sua esecuzione.

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Villa Allemandi, (1959-61), Punta Ala (Grosseto)

«Villa Allemandi» si presenta come una casa contadina radicata in un prato bordato da pini marittimi, ma l’apparente semplicità dell’edificio, rivela, dopo un’analisi approfondita, un’appassionante complessità d’impianto, una perfetta utilizzazione degli spazi e una severa eleganza di proporzioni.
La villa, similmente alla soluzione adottata per il progetto della «villa Olivetti» del 1956, e su ispirazione di un progetto precedente, quello per la «casa nel Canavese», è costituita dalla rotazione in pianta di elementi aggregati attorno al salone centrale a doppia altezza, e uniti dal tetto in forma di capanna con travetti a raggiera sostenuti da un nucleo cilindrico centrale. Attorno all’ambiente centrale del soggiorno a forma di esagono irregolare, vengono sviluppate tre aree destinate ai servizi e alle zone notte, mentre gli altri tre lati sono interamente occupati dalle grandi porte-finestre che illuminano generosamente l’ambiente.
La fascia di servizi che negli edifici Ina e Incis media il rapporto degli ingressi e disimpegni con i locali è, in questo esempio, portata all’esterno, aprendo i locali verso lo spazio centrale, adottando una concezione introversa dell’abitare. Nella casa, le camere e i servizi sono studiati nelle dimensioni minime, mentre il grande soggiorno arricchisce la propria dimensione di tutto il tetto.

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Le zone ingresso, pranzo e conversazione, sono qui equilibratamente distribuite intorno ad un soppalco eretto nelle adiacenze dell’ala di servizio, e che costituisce un’ ulteriore, più intima, zona per la conversazione e per lo studio. La parte servizi comprende, oltre alla cucina, una camera da letto, una lavanderia e, verso l’esterno, il garage che la copertura ad ombrello include nel corpo stesso dell’edificio.
Nelle altre due ali sono sistemate le camere da letto, fornite di spogliatoi e docce. Sia la zona servizi che quelle per la notte godono quindi di un’assoluta autonomia che ne garantisce l’isolamento e la tranquillità e tutte convergono nell’ampio soggiorno, luminoso e aperto verso l’esterno, ma raccolto sotto l’alto soffitto scuro a raggiera.
Diversamente dalla «casa nel Canavese», qui vi è stata la necessità di usare metodi costruttivi tradizionali e affidarsi a maestranze locali, vista l’impossibilità di seguire i lavori con costanza.
La casa è in muratura ed è stata costruita con tecniche tradizionali, come pure tradizionali sono i materiali impiegati: pareti intonacate di bianco, serramenti in legno verniciati di bianco, pavimenti in piastrelle bianche.
«La struttura verticale interna ed esterna è in muratura; il soppalco è in laterizio armato; il tetto, interamente su armatura di legno in vista, è coperto, al di sopra di adeguati strati isolanti, con coppi alla romana; i davanzali e le mensole che reggono all’imposta le travi sono in pietra locale di color rosso» (M. Cerruti, 1963). Dopo l’edificazione della casa, nel giardino è stata posta una scultura in ferro di Alessandro Martini e Roberto Ercolini di Livorno: appare un tentativo serio di contrappunto drammatico rispetto alla casa e al paesaggio.
La casa, vista dall’esterno, si adagia nell’ambiente naturale con energia e morbidezza insieme, senza sovrapposizioni sul paesaggio, con grande compostezza.

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BIBLIOGRAFIA (libri)

F. Rossi Prodi, Franco Albini, Officina Edizioni (Roma 1996)
A. Piva, V. Prina, Franco Albini 1905-1977, Electa, Milano 1998
F. Bucci, A. Rossari (a cura di), I musei e gli allestimenti di Franco Albini, Electa (Milano 2005)
F. Bucci, F. Irace (a cura di), Zero Gravity, Franco Albini, Costruire le modernità, TriennaleElecta (Milano 2006)

BIBLIOGRAFIA (riviste)

M. Cerruti, Casa Unifamiliare a Punta Ala, in «L’Architettura, cronache e storia», n. 87, gennaio 1963, pp. 596-69
Nella pineta di Punta Ala, in «Abitare», n. 17, giugno 1963, pp. 12-17
Casa di campagna per una famiglia milanese, in «Abitare», n. 21, ottobre 1963, pp. 30-37
F. Helg, Testimonianza su Franco Albini, in «L’Architettura, cronache e storia», n. 288, ottobre 1979, pp. 551-601
V. Prina, Progetto di Villa Olivetti, Ivrea 1956, Villa Allemandi, Punta Ala, 1961, in «Edilizia Popolare», n. 237, gennaio-febbraio 1995, pp. 67-69
M. Mulazzani, Franco Albini, l’irripetibilità della tradizione, in «Casabella», n. 695-696, ……….. 2002, pp. 157-167
A. Rossari, Franco Albini, l’arte del porgere, in «Casabella», n. 730, ……… 2005, pp. 4-15
F. Bucci, Franco Albini, lezioni di un’architettura, in «D’A. D’architettura», n. 27, ………… 2005, pp. 62-69

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autore: Irriverender Bonnì, architetto e formatore

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